Neonato, lattante, minore, infanzia.

Sono parole di uso comune, ma forse meritano una riflessione più approfondita per esplorarne eventuali aspetti nascosti.

Neonato. Nato nuovo. E’ un pleonastico, perché chi nasce non può essere vecchio, chi nasce non può che essere nuovo. Basterebbe dire: ‘nato’. Cioè colui che non era e ora c’è. Il nato non sa di essere nato, non sa ancora cosa significa essere o non essere. Sono coloro che possono chiamarlo ‘nato’ a definirne l’esistenza, sono gli altri a dargli significato. L’alterità dunque nasce prima di me, mi definisce e mi dà senso. Solo in seguito nasciamo veramente. Un giorno sapremo dire ‘io’ e potremo pensare ‘io sono’. A quel punto siamo nati una seconda volta, oppure siamo nati veramente. Forse siamo neo-nati ogni giorno, ogni mattina della nostra esistenza. Non nasciamo una volta per tutte, il giorno che veniamo al mondo è solo l’inizio delle nostre numerose nascite.

Lattante. E’ colui che mangia solo latte, nell’unico periodo della vita nel quale viviamo con una monodieta, con un solo alimento. In seguito diventiamo onnivori (o quasi), ma per ora nel latte troviamo tutto ciò che ci serve. Questa dieta esclusiva non riguarda solo l’acqua, i sali, le proteine, i grassi e i carboidrati, in questa dieta troviamo anche nutrimento e sazietà per la vista guardando negli occhi ci sfama, troviamo nutrimento per l’udito ascoltando la voce chi ci tiene e se resta in silenzio riusciamo ad ascoltarne il respiro e il battito del cuore; mentre mangiamo gustiamo, annusiamo, tocchiamo. Siamo tenuti e trattenuti, sostenuti e voluti. E’ un piacere indescrivibile. Ci sentiamo veramente vivi e non ci manca nulla. Il tempo si ferma e non ci interessa ciò che è stato né ciò che sarà. Mente e corpo sono un’unica entità. Siamo vita allo stato puro, come mai forse ci capiterà di essere.

Minore. In rapporto al ‘maggiore’, cioè all’adulto. E’ solo una questione di unità di misura. Soltanto perché l’adulto è capace di dare definizioni, che produce a suo comodo e a suo vantaggio. Se sono minore è perché non sono ancora divenuto maggiore, non per questo però sono incompleto e mi manca qualcosa. Sono minore e dunque sono più vicino al terreno, e questo mi dona concretezza. Sono minore è riesco a vedere i fiori negli occhi, tutto quanto è alla mia altezza è anche mio amico. Per questo ho bisogno che tu mi prenda in braccio, altrimenti io e te siamo così lontani da non poter essere amici. Sono minore e dunque sono libero senza bisogno di compensare la mia libertà con la responsabilità; infatti non riesco a prendere decisioni da solo, ma so esattamente cosa voglio e cosa mi serve. Io, fin quando posso, preferisco essere minore. Se tu sei maggiore, peggio per te.

Infanzia. Dal latino, significa ‘senza voce’.  Colui che è muto, non parla ma è capace di esprimersi. Infatti riesce a tenere sveglio per tutta la notte un intero condominio. In realtà non gli manca la voce e non è muto. Dal primo respiro uscendo dal corpo materno ha urlato con vigore e determinazione. Il suo primo vagito non si era mai udito al mondo, tanti altri erano stati udito, ma il suo ancora mancava. Nasciamo quando la nostra voce giunge a unirsi agli altri miliardi di voci. La vita su questo pianeta può essere rappresentata come una interminabile serie di voci che corrono come una lunga staffetta dove ognuno di noi porta avanti la voce di chi non c’è più. Quindi l’infanzia non è muta, semplicemente non usa le parole degli adulti. L’infanzia usa il proprio grido, di gioia o di dolore. L’infanzia usa il suono dell’emozione e del sentimento, rimandando l’uso della parola che esprime ragione e cognizione. L’infanzia è la voce della nostra emozione. L’infanzia è vita concentrata, ne bastano poche gocce per dare sapore a tutto il resto.

 

(Alessandro Volta, pediatra neonatologo, allevolta@libero.it)

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