Alessia che non vuole più pappe

Mia figlia Alessia, di quasi 10 mesi, mangia controvoglia soprattutto verso sera quando la stanchezza si fa sentire. Alessia sta benissimo, è una bambina sorridente e sempre allegra, ma da genitori ci piacerebbe mangiasse volentieri o per lo meno mangiasse! Quindi arrivo alla domanda, è possibile che le pappe ormai l’abbiano stancata? E’ possibile iniziare con il latte ‘normale’?

La mamma di Alessia è molto attenta ai segnali della sua bambina. Dopo dieci mesi di vita trascorsi insieme (ma ci sono anche i nove nella pancia) Alessia per lei non ha più segreti: le è sufficiente uno sguardo per capire quando la stanchezza supera il livello di guardia.

In poche righe questa mamma fornisce le informazioni essenziali, quelle che ci descrivono il comportamento della bambina: è sempre allegra e sorridente. Non abbiamo bisogno di altro per concludere che la bambina sta bene. Se alla sera l’appetito è scarso, il motivo sarà che l’energia, dopo una giornata di giochi e attività, è ormai terminata. Questa mamma ha imparato a osservare sua figlia in maniera globale, senza fermarsi sui singoli aspetti, senza cadere nel tranello dei giudizi parziali.

Alessia non ha problemi, ma la mamma vorrebbe che mangiasse più volentieri e assumesse porzioni ‘normali’; immagino questa bimba che non riesce a concentrarsi sul cibo che le viene proposto e che si limita a pochi cucchiaini di pappa o di frutta grattugiata, praticamente porzioni da uccellino. Ma Alessia è un uccellino! Di giorno è sempre in movimento a curiosare, comunicando con sguardi e versetti tutte le sue scoperte; è come un uccellino che salta da un fiore all’altro, fermandosi a ogni briciola di pane o per una semplice formica. L’uccellino Alessia ha bisogno di mangiare poco e spesso, il suo metabolismo brucia velocemente quello che le serve; non le occorrono molte scorte, le è sufficiente quel poco per allungarsi di qualche centimetro al mese e per qualche etto di massa in più.

Quando è stanca non ha bisogno di mangiare, perché il suo corpo le ordina di fermarsi e di riposare; al risveglio recupera tutto il fabbisogno di sostanze da bruciare per correre verso le nuove avventure.

Ma torniamo alla mamma e alla sua lettera. Le due domande con cui chiude il quesito sono nell’ordine: una diagnosi e una soluzione. Nessuno al mondo conosce Alessia meglio di lei, la stessa Alessia conosce se stessa meno di quanto riesce a conoscerla sua mamma (ricordo uno dei mie figli che a tre anni mi chiese a bruciapelo: ‘Papà, io sono felice?’….). La mamma ha intuito che la sua bambina si è stancata delle solite pappe; probabilmente l’ha capito da mille piccoli segnali, per noi osservatori esterni del tutto insignificanti; non le serve un ragionamento preciso, a lei è sufficiente mettere insieme tanti tasselli fatti di sguardi, smorfie, posture, gesticolazioni, versetti (perfino un rumore impercettibile durante la deglutizione).

La madre di Alessia è anche un po’ Alessia. Si chiama ‘empatia’ la capacità di sentire ciò che sente l’altro. Non siamo nel campo della conoscenza razionale, siamo in quello delle emozioni e delle percezioni condivise. Questa mamma e questa bambina si scambiano continuamente segnali profondi; non comunicano con parole astratte e ambigue, ma procedono utilizzando direttamente i significati che stanno alla base di quello che sentono e di quello che sono. E’ per questo che una madre troppo preoccupata o nervosa o ansiosa o insoddisfatta o depressa, o comunque in difficoltà emotiva, inevitabilmente trasferirà a suo figlio questo profondo disagio, e la loro convivenza diventerà di conseguenza molto impegnativa.

La diagnosi della mamma di Alessia non può essere sbagliata, e nessun ‘esperto’ dovrà avere il diritto e la presunzione di saperne più di lei (anzi di loro). Se la mamma è serena e vive in armonia con Alessia, nessuna sua osservazione potrà essere errata; al massimo potrà essere imprecisa o incompleta a causa di schematismi o pregiudizi indotti dall’esterno (che impediscono, generalmente, una visione globale e diretta del problema).

A 10 mesi Alessia è stanca delle solite pappe. Sono mesi che il cibo ha lo stesso colore e consistenza, e il sapore ha variazioni così modeste da non essere quasi percepibili. Suggerisco a questa mamma l’idea che forse non è solo la pappa ad aver stancato la bambina, potrebbe anche essere la modalità con la quale le viene somministrata. Mettiamoci un po’ nei panni di Alessia: all’inizio trovo divertente e affascinante avere di fronte a me la mamma, con il suo viso sorridente e i suoi occhi entusiasti; tra di noi c’è un piatto rotondo con dentro una sostanza tiepida, che la mamma mi appoggia alle labbra usando uno strano attrezzo; poiché la mamma apre la bocca io non riesco a tenere chiusa la mia, e quando la apro qualcosa di molle mi cade in bocca; non è molto buona, ma la mamma è così entusiasta che anch’io mi entusiasmo e mando giù; dopo alcuni cucchiaini anche la fame è calata, questo gioco allora oltre ad essere bello sembra anche utile.

Ma dopo alcuni mesi il gioco rischia di diventare molto, troppo noioso. Alessia forse vorrebbe partecipare più attivamente, le piacerebbe prendere il cibo da sola con le mani e portarselo alla bocca; adesso è molto più brava a manipolare e le piace esplorare le forme e le diverse consistenze; qualche pezzetto da rosicchiare potrebbe rappresentare per lei un’esperienza nuova e interessante. I primi sei mesi sono trascorsi assaggiando un solo meraviglioso cibo, poi sono arrivati altri sapori, ma tutti mescolati; adesso sarebbe il momento di cominciare a distinguere tra il dolce e il salato, tra l’acre e il piccante; è ora di scoprire la grande varietà di sapori e di colori che il mondo ci offre. Alessia adesso potrebbe stare in braccio alla mamma, dandole la schiena, con davanti a sé il piatto o la tazza, così da portarsi da sola il cibo in bocca. Per aiutarla a gestire il cucchiaino con i cibi semiliquidi, la mamma potrà guidarle il polso: ad Alessia sembrerà di fare da sola. Si realizzerà così il bellissimo motto di Maria Montessori: ‘aiutami a fare da solo’.

La soluzione proposta da questa mamma (iniziare con il latte normale) può anche andare bene, ma ad Alessia (bambina ‘sorridente e sempre allegra’) offrirei qualcosa di più e di meglio. Comincerei a tenerla a tavola con i grandi, per condividere un momento magico come quello del pasto. L’innata predisposizione dei bambini a imitare la porterà ad assaggiare e curiosare tra i cibi della mamma e del papà; le concederemo di provare quello che è adatto per lei (che ancora ha pochi dentini) e le lasceremo manifestare liberamente la sua avversione o la sua soddisfazione; non ci preoccuperemo delle quantità, perché poi ci sarà sempre il latte (che resta un cibo ricco e completo) a compensare eventuali carenze.

E poi Alessia è ancora un uccellino, le basta davvero poco per saltare da un ramo all’altro.

Tratto da “Crescere un figlio”, Mondadori 2013

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